Nemici o alleati?

Erano le tre di pomeriggio quando ho deciso che avrei fondato The Learning Factory. Ero in piedi davanti a una finestra, fuori c’era il sole, e ho deciso che avrei cambiato la mia vita per creare un progetto di cui essere fiera, e per il quale lavorare con entusiasmo.

E’ stato lì, quasi subito, che mi è venuto in mente Gallwey.

Tim Gallwey è uno dei padri fondatori del coaching. Da allenatore di tennisti professionisti, negli anni settanta ha rivoluzionato la psicologia sportiva con la sua teoria dell’Inner Game. Il suo modello era così efficace che ben presto si è diffuso in altri sport e, successivamente, nelle più importanti aziende di tutto il mondo.

Gallwey sostiene che ogni volta che un tennista è in campo, gioca contemporaneamente contro due avversari. Uno è esterno e si trova dall’altra parte del campo, al di là della rete. L’altro è dentro di sé, nella propria mente. E’ quello che ci sussurra che non saremo all’altezza della partita. Che giudica pessima la palla che abbiamo appena lanciato, e ci distrae con questo pensiero invece che farci concentrare sul servizio che stiamo per eseguire ora. Sono tutti quegli ostacoli mentali o emotivi che ci impediscono a volte di raggiungere una piena performance, in qualsiasi terreno stiamo giocando, perché siamo troppo impegnati a combatterli.

L’elemento paradossale che osserva Gallwey è che quanto più il giocatore si sforza di correggere i suoi errori, tanto più il suo miglioramento rallenta.

Che fare?

La strategia di Gallwey per affrontare il nemico interiore è antica e al tempo stesso allineata alle più recenti teorie nel campo dello sviluppo personale, come per esempio la mindfulness. Si tratta di allenare la capacità di restare nella consapevolezza di quello che è, ora. Smettere di combattere o giudicare la mente che esprime dei bisogni emotivi o delle paure, e semplicemente, concentrarsi su quello che sta accadendo in questo preciso momento.

Sembra generico ma non lo è, per nulla.

Il coach potrà per esempio aiutare il proprio giocatore attraverso le domande di precisione. Smettendo di urlare in allenamento “tieni gli occhi sulla palla!”, ma iniziando a chiedere al suo giocatore “a che altezza era l’ultima palla?”; oppure “in che modo ha toccato la rete?”; o ancora “dove si trovava la testa della tua racchetta quando la palla rimbalzava dal tuo lato del campo?”. E così via. Il giocatore sarà obbligato a concentrarsi sulla palla per rispondere e allenerà naturalmente la sua capacità di osservazione e la sua presenza. Restando nel momento, sarà anche più chiaramente focalizzato sul suo obiettivo.

E’ un metodo preciso e strutturato, che non a caso viene utilizzato con successo anche nelle aziende per supportare la crescita dei collaboratori. E’ una delle basi del coaching.

Quello che ci suggerisce Gallwey è che ogni giorno possiamo essere i migliori nemici o i migliori alleati di noi stessi.

E’ una partita che spesso si svolge in contemporanea, ma la buona notizia è che possiamo scegliere quella alla quale dare priorità, e supportare i nostri collaboratori, o i nostri clienti, nel farlo.

“Quando un tennista si accorge, ad esempio, che imparare a focalizzare l’attenzione è più importante del suo rovescio, passa dall’essere un giocatore del gioco esteriore ad essere un giocatore del gioco interiore […] La competizione diventa così un espediente interessante attraverso il quale ogni giocatore, impegnandosi al massimo per vincere, da all’altro l’opportunità di raggiungere nuovi livelli di autoconsapevolezza.” (W. Timothy Gallwey, The Inner Game of Tennis)

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